Il 26 maggio apre la 16° Biennale di Architettura di Venezia.
La miglior preparazione per la prossima Biennale Architettura di Venezia, può forse essere una rivisitazione delle cose più interessanti della 15° edizione del 2016 intitolata “Reporting from the front“.

Scriveva il curatore Alejandro Aravena all’ingresso del padiglione da lui curato presso le Corderie dell’Arsenale:

“[…] La nostra proposta curatoriale è duplice: da una parte, vorremmo ampliare la gamma delle tematiche cui ci si aspetta che l’architettura debba fornire delle risposte, aggiungendo alle dimensioni artistiche e culturali che già appartengono al nostro ambito, quelle sociali, politiche, economiche e ambientali. Dall’altra, vorremmo evidenziare il fatto che l’architettura è chiamata a rispondere a più di una dimensione alla volta, integrando più settori invece di scegliere l’uno o l’altro.”

Ancora Aravena dal catalogo della mostra:

Vorremmo che la Biennale Architettura 2016 offrisse un nuovo punto di vista, come quello che Maria Reiche aveva dall’alto della scala. Date la complessità e la varietà di sfide che l’architettura deve affrontare, Reporting From the Front si propone di ascoltare coloro che sono stati capaci d’ sguardi-più ampi e sono perciò in grado di condividere conoscenza ed esperienze, inventiva e pertinenza con quelli di noi che rimangono in piedi sul terreno.”


Retrospettiva sulla 15° Biennale di Architettura di Venezia 2016
in vista della Biennale 2018
maria_reiche

Reporting From the Show

di Giovanni Maria Vencato

Il manifesto della curatela di Aravena, si articolava per punti grazie ai quali egli esponeva una scaletta di categorie secondo le quali veniva richiesto agli espositori di fornire ciascuno un proprio reportage dal fronte dell’architettura, dai margini della civiltà occidentale:

Qualità Della VitaInquinamento
IneguaglianzeCatastrofi Naturali
SegregazioneSostenibilità
InsicurezzaTraffico
PeriferieComunità
MigrazioneAbitazione
InformalitàMediocrità
IgieneBanalità
Rifiuti
L’elenco dei di temi e problemi secondo Aravena
Lo schema di Aravena

Sulla base di questi criteri, Aravena operò una serie gli inviti agli architetti, riuscendo in tal modo a mantenere un buon controllo sulle varie interpretazioni dei suoi indirizzi, sia nel Padiglione Italia che nell’allestimento che egli curò personalmente alle Corderie dell’Arsenale.

Tuttavia, per il resto dei padiglioni nazionali, le elaborazioni sul tema della Biennale 2016 – per la verità assai ampio – fossero le più libere e varie e, sovente, assumessero la forma di un programma politico secondo le tradizionali inclinazioni degli architetti; una tendenza peraltro in sintonia con il presidente della Biennale Paolo Baratta, che così si esprimeva nel catalogo:

Aprendo le scorse Biennali abbiamo lamentato più volte che il presente sembrava mostrare un crescente scollamento tra architettura e società civile. Ora vogliamo indagare in modo esplicito se e dove vi sono fenomeni che con messaggi incoraggianti mostrino la tendenza contraria, […] Se l’architettura è la più politica delle arti, la Biennale di Architettura non può che riconoscerlo”.

L’auspicio e l’incitazione all’architettura “dal basso” provenienti da Aravena, una sorta di richiamo alla realtà della messa in opera dell’architettura contro le Archistars, suggerirono a moltissimi espositori una attenzione ai materiali da costruzione, in particolare ai materiali tradizionali “naturali”, ma questi – pietra e laterizio in particolare– non galleggiano sulla metafora della sottile lastra di ghiaccio di Baumann che rappresenta la nostra epoca, cosa che invece riescono a fare l’acqua stessa e la luce, che furono al centro delle installazioni nei padiglioni, tra loro prossimi, di Australia ed Israele.

Inoltre, se Renzo Piano colse la sollecitazione definendosi “architetto condotto” che si è sempre occupato di “processi partecipativi di autocostruzione”, parve invece che le periferie che egli definiva come i “Luoghi del Futuro”, non fossero di certo quelle italiane né tantomeno europee, né in definitiva quelle nord americane, lo vedremo più avanti.

THE POOL ARCHITECTURE, CULTURE AND IDENTITY

L’Australia pose in mostra una piscina praticabile dal pubblico della Biennale, quale occasione per illustrare l’importanza ed il significato delle piscine – e in generale dell’acqua – per la città e la cultura di quel continente.

Biennale Venezia 2016 - Padiglione Australia-2154

Lo fece in un modo un po’ ruffiano (ma adatto al contesto) con la grande vetrata che, affacciando su un canale, poneva in diretta relazione visiva – oltre ogni possibile dubbio – Venezia e l’Australia, l’acqua clorata e cristallina della vasca d’acqua con il verde salmastro e torbido dell’acqua del canale.

BIOLOGY & ARCHITECTURE

Più articolato dell’australiano, un po’ spericolato ma sicuramente suggestivo l’allestimento predisposto da Israele che puntava sulle potenzialità dell’incrocio tra biologia e tecnologia per l’architettura, ai fini del miglioramento delle condizioni dell’abitare, del vivere associato e del recupero di zone marginali semi-desertiche.

Nel fare ciò, Israele presento le potenzialità della Luce, del Colore e del Profumo; inoltre propose l’utilizzo di Biofilm e di “Schemi Auto-Organizzati di Vegetazione” nelle aree secche; il padiglione conduceva il proprio discorso con una serie di didascalie a pavimento ove erano scanditi, come parole d’ordine, una serie di argomenti riuniti sotto le intestazioni dei concetti di “Adattabilità” e di “Apoptosi”.

Biennale 2016 - Padiglione Israele-2058

Tuttavia, tra tutti gli allestimenti e partecipazioni del 2016, ve n’era solamente uno di realmente interessante in ragione della dirompente portata del suo messaggio.

Si tratta della sezione coordinata da Mehrotra e Vera sull’Urbanesimo Effimero.

EPHEMERAL URBANISM

URBANESIMO EFFIMERO

Il caso più cristallino – con riferimento al punto precedente – che qui per primo si segnala, è quello dell’allestimento che ebbe quali coordinatori Rahul Mehrotra e Felipe Vera .

Si riportano i contenuti delle didascalie dell’allestimento senza che vi sia bisogno di ulteriori commenti:

<<La scala e lo schema degli odierni processi di urbanizzazione, pongono una sfida alla nozione di ‘permanenza’ quale condizione ordinaria per le città. Categorie come la ‘informalità, sono nel frattempo divenute contro-produttive, per il fatto di aspirare implicitamente a creare nuovi processi nell’immaginare la permanenza.

La ‘permanenza’, quale unico strumento degli immaginari urbani, è realmente importante? Per le oltre 700 milioni di persone rappresentate in questa mostra, la stabilità è un lusso!

La permanenza non è una condizione accessibile e non reca alcun effetto sulla loro esistenza.>>

Urbanesimo effimero” dove si osservano le configurazioni estreme di spazi temporanei e l’occupazione di vari luoghi e territori estesi.

Tale riformulazione diviene uno strumento concettuale e include e rappresenta una gamma di forme alternative dell’urbanesimo attraverso diverse geografie.

[…] Riteniamo che “l’Urbanesimo Effimero” quale categoria, abbia molto da insegnare a riguardo dell’architettura e delle città. Infatti, esso ricostituisce una ecologia interamente sostitutiva che cresce e scompare in una scala temporale spesso estremamente ridotta.

In breve, tale nozione di Effimero come categoria produttiva nell’ambito del più vasto, e più generale, discorso sull’urbanesimo, è degna della più seria considerazione ed è, infatti, un elemento essenziale nell’immaginario urbano.>>

<la nozione de “la città” quale entità stabile e permanente è messa in discussione.>>

[…] > […]

< l’Effimero emerge quale condizione fondamentale, forse l’unica costante.>>

Mehrotra e Vera sottopongo ad accurate analisi un caso davvero eclatante:

La mega città effimera: Kumbh Mela

cinque milioni di persone che vengono per cinquantacinque giorni, con un flusso addizionale da dieci fino a venti milioni di persone che vengono in cicli di ventiquattrore in occasione delle cinque principali date per i bagni. […]

Diverse le questioni che vengono affrontate in questa forma di Urbanesimo come la memoria, la geografia, le infrastrutture, i rifiuti, la salute pubblica, la governance e l’ecologia. Questo caso fornisce una netta illustrazione di come degli strumenti leggeri, indeterminati e non specifici rafforzino gli agenti e possano divenire utili strumenti nella generazione di solidità e nel consentire ad un processo altamente complesso di fluire senza soluzione di continuità.

Esso fortemente informa tale immaginazione circa la simultanea validità di entrambi gli urbanesimi, temporaneo e permanente, di varie dimensioni ma, ancor di più, attraverso le sue domande di scala pazzesca a riguardo della permanenza e della stabilità fisica quali condizioni ordinarie.>> […]

<<I contesti temporanei interrogano la illusione di permanenza nelle città e legittimano la simultaneità di configurazioni urbane sia permanenti che impermanenti>>.

I curatori enunciarono sinteticamente le categorie di eventi che, sulla base della loro analisi, generano casi di Urbanesimo Effimero, si tratta di: disastri, azioni militari, estrazioni minerarie, campi per rifugiati, contesti di contrattazioni e transazioni, contesti per celebrazioni, contesti religiosi.

Si tratta allora di riflettere ancora una volta sull’adeguatezza della nostra cultura urbanistica e di problematizzare la nostra strumentazione disciplinare ed i nostri obiettivi progettuali.


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