Perché costituire delle facoltà tecniche solo per geometri quando le facoltà di ingegneria e architettura offrono già delle lauree triennali tecniche?

Geometri laureati, occasione di riflessione

di Giovanni M. Vencato, ALA Assoarchitetti

La premessa sembra assurda ma, se si considerano gli ipotetici ragionamenti del consiglio nazionale dei geometri, ne emerge una precisa strategia.

Ecco dunque una nostra supposizione:

  1. le lauree tecniche triennali non sono professionalizzanti ovvero, consentono si una preparazione per aspirare ad un posto di lavoro, ma non corrispondono ad alcuna possibilità di iscrizione ad un albo professionale e, segnatamente, a quello dei geometri che – rappresentando una professione storicamente e fattualmente in via di superamento – in tale modo si assicura invece una sopravvivenza di lungo termine. Da no trascurare che, con la sopravvivenza del titolo, si crea il presuppoto per la sopravvivenza anche del consiglio nazionale e dei collegi provinciali; altrettanto si dica per la sopravvivenza della cassa di previdenza dei geometri che, altrimenti, dovrebbe programmare una sua trasformazione per esaurimento nel lungo termine degli iscritti.
  2. In secondo luogo, la iniziativa del CNGeGL (Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati), forse denuncia come le lauree tecniche esistenti – che pure sarebbero orientate anche ai geometri – non prevadono una adeguata misura di commistione tra studio e lavoro, tra esperienza e scuola, tra competenza e conoscenza. Per contro, gli istituti tecnici superiori (ITS) – anch’essi rivolti ai diplomati – che prevedono una ripartizione al 50% tra studio e lavoro, forse ancora non esistono per un perimetro di competenze come quello pensato dai geometri, oppure non si ritiene che il contenuto di pura apprensione teorica nell’ambito del modello ITS, sia sufficiente o adeguato per le conoscenze e competenze del geometra.
  3. Oppure ancora, un diploma superiore post-diploma, come offerto dall’ITS, non è altrettanto seducente che una laurea seppur triennale ed il titolo di “dottore” che essa consente di aggiungere sul biglietto da visita.

4. Oppure ancora, la creazione di un percorso talmente specifico e focalizzato per il “supergeometra”, si prevede che potrà consentire di assicurare un ruolo definitivo di primazia del consiglio nazionale degli ordini provinciali dei geometri rispetto alle istituzioni universitarie, in modo tale che si assicurano dal dover chiudere bottega per esaurimento dello “scopo sociale” geometrico.

5. Oppure infine, si tratta di una ghiotta occasione offerta alle università di duplicare corsi di studio per gemmazione e, in tale modo, di ottenere maggiori finanziamenti per lo studio e la ricerca.

Considerazioni.

Quale che sia la ragione o il mix di ragioni che ci ha condotto fin qui, si deve riconoscere che, con tali nuove lauree, il consiglio nazionale dei geometri pone in in gioco un preciso ritratto del geometra del futuro: sufficientemente legato alla tradizione ma aperto a nuovi e più vasti compiti, riuscendo così anche a sottrarsi all’ipoteca che gravano sulla figura di tale categoria di tecnici diplomati che ha costruito l’Italia, a causa del troppo breve percorso formativo, rispetto alla somma di conoscenze che bisogna acquisire per poter giungere ad essere attore delle trasformazioni del territorio e paesaggio.

Così, non può non nascere in noi la domanda di quali saranno invece il profilo ed i compiti dell’architetto del futuro, così come ci si chiede perché nessuno abbia ancora attivanto il pubblico dibattito su questo argomento.

Deve essere riconosciuto con onestà ed ammirazione che il consiglio nazionale dei geometri ha saputo leggere i segni dei tempi e porre tempestivamente in campo, con abilità e tempestività, delle iniziative per creare un geometra del futuro.

Si tratta di una azione logica e politica, infatti non è assolutamente possibile che questi dieci anni di crisi devastante, non pretendano che ognuno di coloro che fanno parte del sistema delle infrastrutture e delle costruzioni, non sia divenuto inadeguato rispetto alla situazione odierna, mutata peraltro in un modo che non è ancora perfettamente chiaro.

Tale inadeguatezza è nelle competenze, nelle conoscenze, nella visione del proprio ruolo socio economico, nel modello prevalente di organizzazione del lavoro intellettuale.

Resta il fatto che, l’unica cosa da non fare è restare inerti: far finta che nulla sia successo e che gli architetti (ed ingegneri civili) siano incaricati – per divina investitura – della missione di salvare tutto: dal cucchiaio alla città.


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