Primo maggio festa del lavoro, un augurio anche a noi tutti ingegneri e architetti; ma quale lavoro e perché il lavoro?

1° maggio, festa del lavoro intellettuale anche per ingegneri e architetti


1  Buon lavoro a noi tutti, prima di tutto perché la natura del lavoro che noi svolgiamo si è modificato in una maniera assolutamente radicale in seguito alla crisi del 2008/2009 che, iniziata con una natura finanziaria, si è subito riverberata nell’economia reale. Essa perdura almeno dal 2011 in tutta la filiera della costruzioni e infrastrutture (con crolli fino al 70% del nostro volume d’affari), mentre si è ultimamente allentata in tutti gli altri settori i quali hanno mostrato segni di ripresa.

Uno specchio di tutto ciò è il deprezzamento di valore degli immobili in un mercato immobiliare sostanzialmente stagnante. Banalmente, prezzi degli immobili più bassi significa, tra l’altro, minore remunerazione per progettisti, direttori dei lavori e per tutti gli altri tecnici coinvolti. Insomma, si è costruito oltre il fabbisogno e la sovraofferta che di è determinata, ha investito con i suoi effetti anche il ruolo progettuale che, in un mercato delle costruzioni che ricerca nuove strategie, si guarda intorno spaesato per capire che cosa può significare oggi essere un architetto o un ingegnere, quali i loro compiti, quale il nostro ruolo nell’economia.

2 In secondo luogo, auguri per la festa del lavoro come lavoro che non esiste, che non è mai assicurato ma che va creato e difeso giorno per giorno. Non si intende fare della retorica intorno alla libera professione, ma la maggioranza dei media tratta di lavoro avendo in testa in lavoro dipendente e le polemiche sulle maggiori o minori garanzie che caratterizzano il contratto tra datore di lavoro e prestatore d’opera. Non è così per noi liberi professionisti – è banale dirlo – ma non così banale dato che la vulgata mediatica vuole che noi si sia una categoria di benestanti privilegiati: nulla di più lontano dalla verità, i grandi studi si sono dimezzati, negli studi associati vige il mutuo soccorso, per i cani sciolti tutti i giorni sono in salita.

Questa situazione è frutto anche di un errore storico e strategico della nostra categoria e dei Consigli nazionali degli Ordini delle nostre professioni. Chiarisco questo che costituisce il terzo nodo.

cantiere edili by (c)giovencato

3 Anche quando la globalizzazione era divenuta realtà è i processi di disintermediazione si erano avviati, quando insomma veniva a crollare ogni tipo di rendita di posizione – parlo degli anni a cavallo tra la fine degli ’80 e l’inizio dei ’90 – ebbene, da un lato noi liberi professionisti ci trastullavamo nella convinzione di essere indifferenti al Mercato; d’altro canto, i nostri Ordini contrastavano con ogni mezzo una organizzazione dei nostri studi che fosse diversa dallo studio individuale o dallo studio associato, in sostanza divieto di società di capitali a responsabilità limitata, per preservare la nostra ‘purezza’.

Esito:

  • la Merloni 1 del 1994, e le sue successive versioni fino al vigente Codice dei Contratti, ci hanno chiuso il rubinetto dei lavori pubblici (rubinetto spesso aperto solo per i “soliti noti”);
    avremmo dovuto organizzarci per essere presenti sul mercato dei servizi pubblici e privati con una adeguata organizzazione del lavoro invece, la maggior parte di noi, non l’ha fatto;
  • nel 2011, Catricalà come sottosegretario del Governo Monti, ci ha tolto il giocattolino delle tariffe professionali minime con cui fingevamo di baloccarci (e invece nessuno le applicava), ma pur trattandosi di uno scudo di cartone, siamo rimasti imbambolati a guardarci attorno, ciascuno per sé privi di spirito sindacale, proprio allo scoppio della nostra bolla immobiliare.

Questo nostro atteggiamento si fondava sulla base teorica del “Professionalismo”, una fantomatica Terza Logica tra Capitalismo e Marxismo, Mercato e Dirigismo burocratico, Deregolamentazione e Pianificazione. Fu Eliot Freidson a formalizzare questa posizione nel suo saggio del 2001.

Ciò che Freidson descriveva con il termine Professionalismo era, secondo la sua definizione, un “Ideal-Tipo”; perciò, le attribuzioni che Freidson assegnava al professionista, finivano per costituire sin dal principio un modello ideale verso cui tendere, cioè un tipo di professionista che assume volontariamente una somma di competenze, atteggiamenti e autoregolazioni che, nella terminologia della filosofia morale, si definisce come “supererogatorio“, più adatto ad un martire dei tempi moderni che ad un lavoratore dell’intelletto.

Ebbene, questo ritardo culturale, ci ha lasciato nella condizione odierna in cui dobbiamo per forza recuperare il tempo perduto ed elaborare un modello di organizzazione del lavoro intellettuale, che ci consenta di essere competenti e capaci, ma anche efficienti, organizzati e competitivi.

Buon “Lavoro” a noi tutti.


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