Il progetto per la costruzione di una casa d’abitazione, come è noto a noi tutti, comporta che si tengano in considerazione un serie non trascurabile di fattori che sono quelli di natura economica, del procedimento amministrativo, della rispondenza alla norma tecnica ed urbanistica, della sicurezza e del comfort, abitativo, delle esigenze della famiglia ma, oltre a queste, rimane importantissimo il requisito della Bellezza. Cerchiamo di riflettere sul senso di questa affermazione.

L’architettura e la ricerca della bellezza

di Giovanni Maria Vencato

Bisogna convenire su due concetti generali: primo, l’architettura in quanto tale, nella cultura occidentale è sempre stata considerata una disciplina artistica, seppur nella compromissione della propria natura artistica (esemplificata nelle idee di bellezza o decoro), con la rispondenza a criteri quali funzionalità, stabilità ed economicità.

In secondo luogo, dobbiamo ricordare come per contro, il concetto contemporaneo di “Arte”, non implica più il criterio della “bellezza” tra i propri requisiti indispensabili. Questa affermazione può risultare un poco iperbolica, soprattutto se la si riferisce – si scusi la provocazione – alla propria lotta quotidiana contro gli uffici tecnici e la burocrazia e alle incomprensioni con i clienti.

Eppure, per quanto assurdo questo possa sembrarci, mentre le arti figurative del ‘900 come scultura e pittura, e poi la letteratura, la poesia, il teatro ed il cinema, dopo l’orinatoio di Marcel Duchamp esposto col nome provocatorio di “Fontana” nel 1916, e le duplicazioni pop della scatole di sapone “Brillo” di Andy Wahrol dei primi ’60, divorziavano dalla ricerca della bellezza nella propria forma e dalla sua celebrazione nel loro racconto, l’architettura nella propria dimensione artistica, ha continuato e continua sempre, non ostante la storia dell’arte contemporanea, non ostante la burocrazia e le difficoltà di bilancio , a cercare di raggiungere una propria “bellezza”.

Un mix tra il modulo 'vitruviano' e quello 'lecorbursieriano'

Il concetto della separazione tra arte e bellezza nel ‘900, stato brillantemente illustrato ad esempio nel saggio di Arthur Danto dal titolo “L’abuso della bellezza” del 2008 ma, qualche collega che legge queste righe, potrà certo essere legittimamente sorpreso o persino legittimamente in disaccordo con la posizione che ho espresso nel paragrafo precedente.

Tuttavia vorrà considerare che come architetto o ingegnere che produce prestazioni intellettuali, egli alle spalle una cultura architettonica dalla quale viene inevitabilmente ispirato nelle proprie scelte progettuali, o con precisi riferimenti oppure come attitudine e propensione spontanea.

Se anche questo potesse sembre strano o insufficiente, ricordiamo allora che vi sono norme edilizie e urbanistiche comunali, regionali e nazionali che, per quanto burocratiche e spesso scritte male, hanno come proprio fine il raggiungimento di un decoro del paesaggio costruito – qualificato come Bene Indisponibile – che incide come un vicolo tanto sulle scelte di chi commissiona, o promuove o avvia l’attività edilizia, quanto di chi la progetta, l’approva, la dirige e la collauda.

Insomma, i progettisti includono la ricerca della bellezza  – la si chiami, armonia o proporzioni o altro – come uno dei requisiti irrinunciabili del progetto.

Questo insieme di fattori converge a far sì che – paradossalmente – “l’offerta” di bellezza in edilizia superi la “domanda” di bellezza; che la bellezza prenda piede non ostante non sia stata richiesta e, infine, che la bellezza – essendo un concetto non univoco non rappresentabile stabilmente in maniera certa e mutevole con ciò che si chiama senso del gusto – non è né fissa né certa, poiché essa è contenuta in quelle cose che ci provocano piacere, il che la riconduce ad una dimensione totalmente individuale, nella quale però ognuno di noi, quando gode di qualcosa di bello, desidera – anzi pretende – che tale apprezzamento sia generale e condiviso da tutti: questa è la pretesa di universalità del concetto soggettivo di bellezza*.

Proprio per questo, a mio avviso, l’architettura rappresenta una sorta di “strategia per la bellezza” che noi tutti attuaiamo quotidianamente come progettisti e direttori dei lavori; quando, acquisiti ed incamerati tutti i vincoli dati dal budget a disposizione, dalle richieste non sempre esplicite del cliente, dalla normativa edilizia, urbanistica, sanitaria, energetica e tecnica, scegliamo di fornire la migliore risposta possibile (almeno secondo ciascuno di noi).

* Riferimento: “Critica della capacità di Giudizio”, Immanuel Kant, 1790


INVIA COMMENTO