Al nuovo Parlamento:

Rimane urgente il tema della semplificazione

Non sappiamo se il Parlamento uscito dalle elezioni avrà vita e forze sufficienti per occuparsi dei principali temi che condizionano le attività e l’economia del Paese o se dovrà limitarsi a tentare di varare una legge elettorale che consenta una migliore governabilità, nella salvaguardia delle fondamentali regole di democrazia, che bene o male l’Italia conserva dalla fine della seconda guerra mondiale.

In ogni caso, c’è da augurarsi che venga superata la fase di parossistico cambiamento normativo, che ha reso incerto e transitorio ogni procedimento, ogni competenza, ogni diritto soggettivo e collettivo, fino a scoraggiare le iniziative economiche e imprenditoriali, per l’incertezza del diritto e dell’eccesso di aleatorietà delle regole. Lo testimonia la ritrosia degli investitori esteri ad impegnare capitali nel nostro Paese, che risiede proprio in tale incertezza del Diritto.

Il problema fondamentale infatti non appare certamente quello di rendere più efficiente la produzione di leggi e di regolamenti, quanto di migliorarne la qualità e la chiarezza, per rendere più efficaci e duraturi quelli in vigore.

Ciò premesso, rimane invece prioritaria la necessità di operare ad una semplificazione normativa, che permetta d’acquisire certezza del Diritto e riduzione degli obblighi soprattutto formalistici, addossati ai cittadini e alle imprese. Si tratta di una necessità inderogabile per ottenere un duraturo rilancio economico del Paese e soprattutto per migliorare la qualità della vita degli italiani, vessati da infiniti obblighi e adempimenti, ai quali sono collegate responsabilità e sanzioni civili, amministrative e penali, la cui complessità e frequenza non trova paragoni nei Paesi dell’occidente. Occorre inoltre ritrovare il difficile equilibrio tra responsabilità e impunità, che è necessario per rendere la funzione pubblica un servizio utile e non soltanto un’odiosa e insostenibile vessazione. Questo è ormai un tema centrale, che ha un influsso diretto sul livello di democrazia effettiva dell’intero Paese.

Fino ad ora, i timidi tentativi di semplificazione sono andati soprattutto nel senso d’incrementare una sussidiarietà, che non ha migliorato l’efficienza, né ridotto i costi dell’apparato pubblico, ma ha semmai aggravato le funzioni delegate ai cittadini e soprattutto ai liberi professionisti.

Ci riferiamo alla molteplicità di funzioni attribuite d’ufficio alle professioni amministrative in campo fiscale, le quali tuttavia in qualche modo queste sono riuscite a farsi remunerare dagli utenti e alle assunzioni di responsabilità derivanti dalle numerose asseverazioni ed autocertificazioni delegate alle professioni del territorio, in merito alle quali queste non sono invece riuscite ad ottenere riconoscimenti economici dagli utenti, a causa dell’offerta squilibrata di servizi professionali, rispetto alla domanda, che deriva dal soprannumero dei professionisti del settore.

Se questo è stato l’indirizzo degli ultimi vent’anni è oggi evidente che anche questa strada non conduce all’efficienza ed economicità del servizio e alla riduzione della complessità degli adempimenti, che sono sperate dai cittadini.

Il principio al quale fare riferimento è quindi quello di riduzione progressiva ma radicale delle funzioni, a partire da quelle che non sono di pertinenza stretta dell’amministrazione e della giurisdizione, ma che contengono soltanto un significato certificativo, accertativo o di mero controllo, di requisiti presenti in un soggetto o in una situazione e non sono legate alla logica di una decisione.

Già appare operazione difficile, stabilire quali sono le attività amministrative su cui la pubblica amministrazione ha esteso il proprio controllo su un numero enorme di comparti, creando un obbligo indefinito di licenze, autorizzazioni, concessioni, attestazioni, certificati, permessi, nulla osta, perizie. Tutto questo deve essere ridotto e l’esame che non può essere istantaneo, ma dovrà essere protratto nel tempo.

Ma il problema è più urgente di quanto non appaia alla sensibilità degli italiani del XXI secolo, ormai ottusa da cent’anni di vessazioni e d’ingiustificate limitazioni, imposte da un sistema burocratico invasivo e autoreferenziale, che si sono tramutate in un inevitabile incentivo al malcostume e che hanno enormemente amplificato lo storico sentimento di non appartenenza, che un tempo era caratteristica soprattutto del proletariato meridionale e che oggi si sta diffondendo in tutti i ceti sociali, anche al nord e anche tra le categorie meno sfavorite.

Se per tutti i cittadini si tratta di un percorso che permetterà di riappropriarsi di dignità, libertà e tempo, per gli architetti, gli ingegneri e gli imprenditori delle costruzioni, si tratta anche di poter ritornare a fare il proprio lavoro, riducendo il ruolo degli adempimenti burocratici e delle introduzioni personali, di ridare un giusto valore alla professionalità, alla competenza e alla capacità di creare valore aggiunto.

Questo è quanto ALA Assoarchitetti e gli operatori del settore chiedono prioritariamente al nuovo Parlamento e al Governo che sarà da questo nominato, per consentire il rilancio del settore delle costruzioni e con questo il trascinamento di una ripresa generale forte e duratura, dell’intero Paese.

Bruno Gabbiani, ALA Assoarchitetti


*articolo originariamente pubblicato su Imprese Edili, anno 28, n. 3, aprile 2018

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